Spiaggia, omaggio a Luigi Ghirri

Spiaggia, omaggio a Luigi Ghirri  , di quello che tutti i giorni abbiamo davanti agli occhi e che tutti non vediamo. Lui ci ha insegnato a guardare. La spiaggia era uno dei suoi luoghi preferiti per fotografare. Una di queste mattine anche io mi sono ritrovato in spiaggia e improvvisamente mi sono venute alla mente le sue fotografie. Ho deciso di rendergli un piccolo omaggio fotografico a modo mio. Spero che vi possano piacere e suscitare emozioni.

Se La fotografia di Luigi ghirri vi appassiona potete coprare questo libro sarà un alettura molto formativa per le vostre fotografie. basta cliccare sul link qui sotto:

Vi allego di seguito uno scritto tratto dal blog Fotocrazia, di Michele Smargiassi che racconta in modo delizioso Luigi Ghirri.

I Ghirroglifici che decifrano il mondo.

I Ghirroglifici non sono difficili da decifrare, anzi: ci aiutano a decifrare il mondo. Dal viaggio nelle trecento fotografie della retrospettiva di Luigi Ghirri al MAXXI di Roma, dal titolo efficace, Pensare per immagini, si esce con la sensazione di conoscere una lingua in più, di possedere un giocattolo magico, un Ghirroscopio con cui finalmente comprendere quel che vediamo. Si esce con lo sguardo finalmente vaccinato, desaturato dall’orda di immagini e dall’assedio dei segni selvaggi. Si esce con in tasca una medicina omeopatica, una Ghirrospirina che cura la patologia della visione con la rigenerazione della visione, che allevia il mal di testa di un mondo sovracomunicato, ridondante di icone. Ventun anni dopo la scomparsa prematura, a soli 49 anni, con questo omaggio il mite entusiasta colto eclettico geometra reggiano-modenese che prendeva le misure al mondo (come facesse, poi, con quegli occhiali perennemente appannati dalle ditate…) ha finalmente il posto che gli è dovuto nella cultura italiana. Uno dei rari intellettualidella nostra fotografia, che mise finalmente sullo stesso piano di dignità degli altri linguaggi, vedi le sue straordinarie collaborazioni trasversali con Gianni Celati, Aldo Rossi, Lucio Dalla, con gli artisti delle neoavanguardie. Organizzatore di cultura, editore, curatore, coordinatore di progetti collettivi, così rari sulla solipsistica scena dell’arte. Un produttore di pensiero visuale: per lui le fotografie non sono mai state puri manufatti estetici, ma strumenti dialettici, euristici, conoscitivi. Fotografie con uno scopo, perseguito con coerenza per tutta una breve vita: rinnovare la freschezza dello sguardo incrostato dalla (in)civiltà delle immagini, praticare un’ecologia della visione, ritrovare il piacere adolescenziale del bere il mondo con gli occhi. Le fotografie di Ghirri sono aperte, godibili al primo sguardo, popolari, serene: c’è chi le ha perfino proposte come strumenti per terapie analitiche. Ma non sono facili, come qualche banalizzazione in questi anni ha cercato di renderle. Ghirri non è il «poeta delle nebbie», non è il fotografo dei colori pastello, e i curatori della mostra (Laura Gasparini, Francesca Fabiani, Giuliano Sergio) ricorrendo in modo non mercantile ma filologico alle stampe vintage (benché alcune mostrino di aver sofferto un po’ il passare del tempo) oltre che ai libri d’artista e alle prove di stampa, smentiscono i cliché: Ghirri adatta lo stile all’oggetto, al progetto, sa alternare acquerelli e tempere, toni sfumati e saturi. In realtà Ghirri si affaccia sugli anni Settanta come un onnivoro, curioso, intelligente uomo della sua epoca, ama la musica (da Bach a Dylan), il cinema, la letteratura, l’arte, guarda con interesse alla fotografia americana dei “nuovi topografi”, e soprattutto respira a piene narici l’aria della ribellione postmoderna contro il predominio del simulacro, contro il potere dell’illusione. Si rende conto, fin dall’inizio, che è impossibile fotografare la realtà, perché è ormai nascosta dalle immagini della realtà. I suoi paesaggi, i suoi personaggi nuotano come pesci spaesati in acquari di cartone, il mare è dipinto, i monti sono cartoline, il cibo è un poster pubblicitario, tutto sembra già messo in cornice. Certe sue immagini sembrano pure ironie, divertenti trompe-l’oeil, «sembrano fotomontaggi» ammetteva lui stesso, «e invece sono fotosmontaggi». Ghirri legge Baudrillard e Derrida, e usa le immagini per decostruire altre immagini, smaschera l’ossessiva messa in codice del reale, non si limita a sorriderne, va all’attacco, come scrive un amico acutissimo, Franco Vaccari: «affronta il nemico-segno dove sembra avere più successo». Ma sui pensatori postmoderni, che alla fine rimangono prigionieri dei simulacri che hanno denunciato, Ghirri ha un vantaggio. Lui, i segni selvaggi, li adora. Gli piacciono, anche se ne teme la prepotenza. È un collezionista di oggetti kitsch, di cartoline, comprende l’estetica della foto di massa, chiamerà Kodachrome uno dei suoi lavori capitali. È cresciuto con le immagini, sa viaggiare (e sa farci fare viaggi estatici) ingrandendo i dettagli dell’atlante di sua figlia, con quei nomi proustiani scritti su campiture tipografiche, con quelle palmine che sulla mappa simboleggiano le oasi ma nella mente rappresentano l’esotico e l’avventura. Non possiamo rinnegare la bulimia semantica dello sguardo in cui siamo nati. Possiamo però ripulirla. Decongestionarla. Dopo aver decostruito, Ghirri ricostruisce. L’arma segreta è lo stupore: «vedere ogni cosa come se fosse la prima e l’ultima volta». Non annoiarsi mai, non cedere all’abitudine che acceca, non avere paura di osservare il banale quotidiano: «banale è lo sguardo che relega un oggetto nel ghetto del non dignificante». Con gli attrezzi dello smontatore, l’ironia e la curiosità, i segni perdono la loro arroganza, e il mondo reale torna ad essere visibile. C’è sempre un’Italia ailati, la realtà è palindroma, se la rovesci diventa sorprendente. «Non c’è niente di antico sotto il sole», questa la mission che assegnò ai suoi amici e grandi colleghi fotografi (da Basilico a Chiaramonte, da Fossati a Cresci, Jodice, Guidi) di Viaggio in Italia, progetto collettivo più unico che raro di riscoperta del paesaggio italiano. Ma fece tutto così, con una dolcezza che ci fa uscire rasserenati dalle sale del museo. Una consapevole strategia della tenerezza. Quel che lodava nel suo maestro Walker Evans, Ghirri l’ha praticato: ci ha restituito la facoltà di guardare il mondo, facendogli le carezze. [Una versione di questo articolo è apparsa su La Domenica di Repubblica il 28 aprile 2013] Tratto da  fotocrazia di smargiassi michele

 

Tulipano, omaggio a Robert Mapplethorpe a modo mio

Tulipano, questo fiore era li in un vaso in casa quando ricordando alcune foto che ho sempre ammirato, di , uno dei fotografi che ammiro di più, la limpida, perfetta armonia estetica che Robert Mapplethorpe riprende dall’arte classica e rinascimentale in un maniacale studio sulla luce, sulla materia e la forma, che lo porta a prediligere le linee forti e nette, i volumi plastici, e i chiaroscuri estremi, con una composizione superlativa. E’ stato un fotografo statunitense la cui fama si è sviluppata fra arte, fotografia, scandali, richiamando all’ arte classica con un’assoluta padronanza dell’ arte, che lo ha fatto paragonare a Michelangelo famosa la sua mostra   La perfezione nella Forma che si tenne a Firenze nel 2009, e dove i lavori di Mapplethorpe furono accostati ai capolavori di Michelangelo, nella galleria dell’accademia di Firenze.. Ha  ritratto molti personaggi famosi bellissimi, i suoi ritratti a Patty Smith, e a Isabella Rosellini, e molti altri. Sono famosi anche i suoi autoritratti. Ha fotografato primi piani di fiori, con una predilezione per le calle ma anche per i tulipani ed altri fiori e geniale artefice della mirabile foto attraversata da uno splendido papavero che illumina la scena come una lampada liberty. Ricordiamo soprattutto  le serie di primi piani di fiori. Queste foto sono, estremamente raffinate e stilizzate ripetevano in senso inverso il lavoro già fatto col corpo umano, sottolineando il fatto spesso dimenticato che i fiori sono gli organi sessuali delle piante, e che anche nel loro caso Bello Artistico e Sesso non possono essere arbitrariamente separati e collocati in due sfere separate. Le foto di Mapplethorpe mostrano quindi in dettaglio, con grande creatività e spesso anche ironia, gli organi riproduttivi delle piante, richiamando i suoi più convenzionali lavori omo-sessuali.

La foto che allego l’ho scattata io oggi un piccolo omaggio a un grande artista.

Vi allego il link del libro dal quale potete prendere ispirazione