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Autobus come vecchie signore eleganti

Autobus come vecchie signore eleganti, parcheggiati in questa struttura che sta per riavere una nuova vita con la costruzione al suo interno della nuova biblioteca di  La Spezia. Ma prima di questa nuova vita era il deposito degli autobus di linea della città. Trovarsi a camminare in mezzo a questi mezzi accompagnato dalla mia Leica con il 35 mm, nel silenzio. Ricordarsi quando ero bimbo e quelli erano gli autobus che prendevo per andare al mare. Salire a bordo e sentire ancora le voci di noi bambini felici.  Anche se faceva un caldo terribile dentro a questi mezzi, eravamo troppo felici. Poi si diventa grandi, a noi vengono i capelli bianchi e gli autobus vanno in disuso in qualche magazzino, cominciano a impolverarsi, poi diventano la casa dei piccioni e poi il loro destino nella demolizione. Sono andato a fotografarle con l’intento di ridare a questi mezzi la loro bellezza e la loro dignità. Ho passato una mattina intera a scorrere le loro fiancate, a leggere i loro modelli, a vedere se c’erano ancora le tracce del passaggio dei passeggeri. Ho provato a suonare il clacson ma senza fortuna tutto tace. Eppure ricordo benissimo il suono del clacson sulle curve di Lerici. Le ho volute fotografare così, come erano con tutto quello che le circondava e che forse in qualche modo le proteggeva. Non so dove siano stati poi trasferiti dopo questo loro parcheggio.  Mi auguro che possano trovare una sorta di pace e che magari possano essere restaurati e di nuovo visibili. Per me è stato emozionante poterli fotografare come una sorta di prendere il mio ricordo di questi mezzi che non è solo il ricordo dei mezzi ma sono i ricordi della mia infanzia che quando tornano alla mente fanno emozionare, e ti lasciano dentro quel senso di pace e di gioia.

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Uomo dentro la Tv

L’uomo dentro la Tv, una strana immagine che mi sono trovato davanti in una delle mie esplorazioni urbane. A volte aggirandosi per questi luoghi si fanno incontri che ti lasciano un po’ di pensieri dentro, come in questa foto che ho scattato qualche tempo fa. L’uomo dentro la tv, tutto sembrava organizzato in maniera quasi perfetta; non resta altro che inquadrare e fotografare. Facile a dirsi un po’ meno facile a farsi, perché come dice il maesto Franco Fontana, la fotografia esiste quando tu la fai, fino a quel momento è solo un pezzo di realtà che prende valore e forma quando tu decidi il momento giusto. Poi cosa includere e cosa escludere dall’inquadratura? La scelta più difficile per chiunque debba scattare una fotografia. Sottrarre gli elementi per eleggere il soggetto a una statura artistica diversa. E poi, la scelta dell’ inquadratura: io prediligo sempre quella frontale, mi metto davanti al soggetto e scatto nel modo migliore che posso. Perché frontale? Non saprei dare una spiegazione motivandola con pensieri che possano convincere, a me piace cosi e poi è un po davvero mettersi davanti a una Tv e guardare cosa ci propone, senza cercare inquadrature ardite per dimostrare chissà cosa o per portare lo sguardo chissà dove. Un’ inquadratura frontale aiuta lo sguardo a muoversi nel fotogramma, a vedere quello che noi abbiamo scelto di mostrare. Sembrerà un discorso un po’ illogico o confuso, ma la realtà che la fotografia ci mostra è la nostra realtà, quella che il fotografo regala alla vista di chi guarderà la sua fotografia. Questo deve far pensare il fotografo quando scatterà la sua fotografia a chi ne potrà fruire, ad avere un rispetto visivo nel confronto di chi la guarderà. Dopo tutti questi discorsi vi allego la mia foto sperando che possa davvero piacervi.

 

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Alla finestra

A volte mi capita di entrare in certi luoghi sospesi nel tempo, lasciati li immobili nella loro fragilità,  come queste bottiglie alla finestra. sembrano essere li da poco tempo invece sono li da chissà quanto tempo, lasciate li come osservatori di quello che succede al di la del vetro della finestra, è incredibile come a volte entrando in questi luoghi ci si senta trasportati in un altro tempo. Questa fotografia l’ho scattata all’ interno della ex ceramica Vaccari a Santo Stefano di Magra. Qui si producevano mattonelle, vi allego di seguito qualche breve cenno storico.

La Vaccari

Veduta degli impianti della Ceramica Vaccari in una foto d’epoca

La frazione di Ponzano Belaso, comunemente chiamata “Ceramica”, è sostanzialmente legata – a partire dal nome – all’insediamento, avvenuto sul finire del XIX secolo, dello stabilimento per la lavorazione dei laterizi, prima denominato Ceramica Ellena e successivamente Ceramica Vaccari, dal nome della famiglia genovese che rilevò l’attività.

Lo stabilimento, che al suo interno conserva capannoni di inizio Novecento di oggettivo pregio, ebbe nel periodo post-bellico uno sviluppo particolarmente intenso, tanto da rendere necessaria la realizzazione di interi quartieri e strutture funzionali a dare risposte alle esigenze derivate dal potente fenomeno immigratorio che lo sviluppo della Fornace aveva determinato.

Di quell’edilizia si mantiene chiara memoria, potendo ancora oggi osservare le case degli operai in località “Corea”, le case degli impiegati, quelle dei dirigenti, la chiesa, l’edificio della mensa aziendale, la sede delle poste, le stesse strutture realizzate presso la stazione ferroviaria. Oggi quell’edilizia, di eccellente qualità, si è in grande misura mantenuta, pur inserita in un tessuto residenziale che nei decenni successivi è sensibilmente cresciuto.

Oggi purtroppo versa nel quasi totale abbandono solo il Comune ha recuperato degli spazi che sono stati dati in concssione a laaboratori artistici, e sportivi.

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Manicomi……………..

Vi allego un interessante racconto trovato su internet da leggere e anche la storia di N.O.F.4 e del sui immortale scritto sui muri del manicomio, per non dimenticare quello che è stato. La fotografia è stata scattata da me all interno del padiglione Ferri.

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L’ex Manicomio di Volterra ha avuto molti nomi: Ospizio di Mendicità (1884); Asilo dei Dementi (1888); Frenocomio di San Girolamo (1902); Ospedale Psichiatrico di Volterra (1934), Consorzio Interprovinciale dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra (1963).
Nacque nel lontano 1884 in seguito all’istituzione di un ospizio di mendicità per i poveri. Nel 1896 l’ingegner Filippo Allegri ebbe l’incarico dall’allora presidente Cav. Aurelio Caioli di predisporre il progetto per un vero e proprio manicomio. Nell’aprile del 1900 la Congregazione di carità decise di affidare l’incarico di psichiatra presso l’Asilo dementi a Luigi Scabia, che fu in seguito nominato Direttore dell’Asilo Dementi di Volterra. Scabia cercò subito di stipulare nuove convenzioni ed avviò trattative con la provincia di Porto Maurizio (oggi Imperia) per trasferire i malati di questa provincia dal manicomio di Como dove erano custoditi, a quello di Volterra; e nel 1902 i malati furono trasferiti da Como a Volterra con un treno speciale. Nel 1931 i malati provenivano dalle province di Pisa, Livorno, La Spezia, Savona, Imperia, Viterbo, Nuoro, Rieti e Roma. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 al loro massimo di 4.794 nel 1939. L’aumento dei ricoverati rese necessaria la costruzione di nuovi padiglioni per accoglierli. I padiglioni venivano battezzati con i nomi dei più celebri studiosi del tempo e ancora oggi sono conosciuti con questi nomi: il padiglione Kraepelin, il padiglione Krafft-Ebing successivamente intitolato a Luigi Scabia; dal 1926 al 1935 vennero portati a termine i padiglioni Charcot e Ferri per i pazienti “semi agitati e agitati”. Il padiglione Ferri era il famigerato reparto criminale dove venivano ospitati i pazienti pericolosi o presunti tali. Scabia andò in pensione nel 1934 e morì poco dopo, decise di farsi seppellire nel cimitero dei pazzi insieme ai cadaveri non reclamati dalle famiglie. Seguirono gli anni difficili della guerra e il crollo del numero dei ricoverati. Nell’immediato dopoguerra si susseguirono Amministrazioni straordinarie caratterizzate da problemi di gestione. Nel 1948 ci fu la creazione di una sezione destinata alla rieducazione dei minorenni con indirizzo medico-psicopedagogico. A tale scopo vennero utilizzati i padiglioni Bianchi e Chiarugi, gli ultimi costruiti (tra il 1936 e il 1937). La direzione venne affidata ad un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia. La vita del manicomio non era certo così semplice come sappiamo, gli ammalati venivano spesso sedati e messi in vasche piene di ghiaccio o in isolamento e le camere avevano spesse inferiate simili a quelle delle carceri.
All’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, infatti, fino al 1963 veniva applicata la legge n. 36 del 1904, strutturando così un rigido custodialismo all’interno dell’Ospedale. Questo accadeva anche sotto la direzione di Scabia, nonostante le pratiche del “no-restrainct” e dell’”ergoterapia”. Si rafforzarono sempre più il regime poliziesco e il verticismo organizzativo: “la struttura sanitaria e assistenziale era di tipo gerarchico, piramidale dove ognuno era responsabile delle proprie azioni solo nei confronti delle persone da cui dipendeva direttamente. Era il primario che distribuiva gli ordini a tutto lo staff: gli infermieri eseguivano gli ordini e i pazienti li subivano. Non c’era nessun tipo di rapporto tra lo staff tecnico e i pazienti che venivano strumentalizzati. Il clima era carcerario”.
Gli infermieri venivano chiamati “guardie” o “superiori”, le finestre dei reparti erano protette da sbarre che di notte venivano chiuse a chiave. Le lettere che i pazienti scrivevano ai familiari non venivano mai consegnate alle famiglie, ma semplicemente raccolte all’interno delle cartelle cliniche.

Dal regolamento interno: “Gli infermieri non devono tenere relazioni con le famiglie dei malati, darne notizie, portar fuori senz’ordine lettere, oggetti, ambasciate, saluti; né possono recare agli ammalati alcuna notizia dal di fuori, né oggetti, né stampe, né scritti…”. 10% di deceduti per percosse magnetico-catodiche; 40% per malattie trasmesse; 50% per odio, mancanza di amore e affetto.

Dal 1963 si iniziarono i passi verso una riforma per arrestare il rigido regime che si era instaurato. Le necessità erano quelle di sensibilizzare il personale e stabilire delle regole di vita dei pazienti decise in modo comunitario in base alle singole situazioni. Nel 1977 all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra erano ancora ricoverati 630 degenti.
Nel 1978, con l’entrata in vigore della legge n.180, il manicomio venne chiuso ed oggi è in completo stato di abbandono.

Nel 1978 venne pubblicato il libro “Corrispondenza negata”, epistolario contenente tutte le lettere originali ed integrali scritte dai ricoverati e mai spedite alle famiglie. Molti erano i pazienti al suo interno con una storia assai bizzarra. Il più famoso tra tutti è sicuramente Oreste Nannetti, meglio noto con lo pseudonimo di N.O.F.4, nato a Roma il 31 dicembre 1927 e morto a Volterra il 24 novembre 1994.

La vita toccata in sorte a Oreste Ferdinando Nannetti fu molto dolorosa: nato a Roma la notte di capodanno del 1927, figlio di Concetta Nannetti e padre ignoto, divenne presto chiaro che non era un bambino come gli altri. Questo significava, all’epoca, una sola destinazione: il manicomio. Oreste vi entrò per la prima volta a 10 anni, dopo essere stato affidato per tre anni a un istituto di carità. Nel 1948 subì un processo per oltraggio a pubblico ufficiale, ma il giudice lo reputò innocente in quanto incapace di intendere e volere (“vizio totale di mente“); passò poi una decina d’anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà prima di essere definitivamente trasferito a Volterra. Al manicomio di Volterra Oreste arrivò nel momento peggiore, quando nella struttura vigeva un regime carcerario, con tanto di sbarre chiuse a chiave alle finestre e l’ordine di chiamare gli infermieri “guardie”.
Poi le cose cominciarono a cambiare lentamente dopo il 1963, ma il clima poliziesco perdurò fino all’abbandono dell’ospedale nel 1979 in seguito alla Legge Basaglia. Nel 1973 Nannetti fu dimesso e trasferito all’Istituto Bianchi. Morì a Volterra nel 1994, e a riguardarla adesso, la vita di Nannetti sembra una storia di negazione, la vita di un povero figlio indesiderato, da dimenticare, da cancellare.
Ma Oreste Ferdinando Nannetti, nonostante la sua fosse una vita da dimenticare, ha lasciato una traccia indimenticabile del suo passaggio, incidendola per sempre, scrivendo e graffiando sul muro un’opera d’arte che resterà lì per sempre. Negli anni di internamento a Volterra, Nannetti incise il suo grande capolavoro: un mastodontico e immenso “libro graffito” sul muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, il graffito venne realizzato utilizzando la fibbia del panciotto (che tutti i ricoverati indossavano) per incidere l’intonaco. In seguito Nannetti si mise a “scrivere” in questo modo anche sul passamano in cemento di una scala, aggiungendo altri 106 metri per 20 centimetri alla sua opera. La sua produzione conta più di 1.600 altri scritti e disegni su carta, incluse diverse cartoline: queste cartoline, mai spedite e indirizzate a parenti immaginari, sono un altro tentativo di vincere le voragini di un’impensabile solitudine.
Attraverso i suoi scritti e graffiti Nannetti scrisse la sua vera storia, la sua vera realtà.
In questa dimensione, Oreste non era Oreste, bensì un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale, santo della cellula fotoelettrica, e si presentava con i nomi di Nanof, Nof, e soprattutto NOF4. La sigla stava a significare “Nannetti Oreste Ferdinando”, “Nucleare Orientale Francese”, oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola che gli era stato attribuito all’entrata nell’ospedale. Quante moltitudini può possedere al suo interno un uomo che si autodefinisce “Nazioni”?
Il lavoro “minerario” di NOF4 era un continuo studiare e scavare nella realtà, e il suo graffito si propone come “chiave mineraria” per accedere alle insondate profondità della psiche. In esso egli scrive che “il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico; sono materie viventi le immagini che hanno una temperatura, e muoiono anche due volte“.

Ciò ci riporta ancora una volta all’importanza della scrittura e a ciò che affermava Roland Barthes, tra le sue dieci ragioni per scrivere: “perché la scrittura decentra la parola, l’individuo, la persona; compie un lavoro la cui origine è indiscernibile; mette in opera un «dono», soddisfa un’attività distintiva, opera una differenza; per essere riconosciuto, gratificato, amato, contestato, constatato; produce sensi nuovi, ossia forze nuove, per impadronirsi delle cose in modo nuovo, scuote e cambia l’asservimento dei sensi“.

Il manicomio disponeva anche di un proprio cimitero (i ricoverati non potevano essere sepolti insieme ai civili), anch’esso completamente abbandonato ed in stato di degrado.
Completamente lasciati a sè stessi nella vita e anche nella morte, date le condizioni in cui versa il cimitero, e a cui non è stata concessa nemmeno una degna sepoltura. Sembra che l’oblio a cui erano state condannate queste persone in vita le abbia seguite anche nella morte.

E poi ci sono tanti gruppi di persone che si recano presso la struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra per effettuare eventuali rilievi e rilevazioni nel campo del paranormale, attratti da quello stato di degrado tra il misterioso e l’oscuro tipico degli edifici che hanno ospitato e assorbito terrori e misteri.
Così cercando tra coloro i quali avrebbero assistito alla presunta apparizione di fantasmi a Volterra, mi sono imbattuta in un video su youtube risalente a Settembre 2015 e postato da Monitor Vanzina dal titolo “Ho ripreso un fantasma al manicomio di Volterra” e pubblicato in questa pagina: https://www.youtube.com/watch?v=xov3PLfS72E.

Il titolo lascia presagire si tratti dell’ennesima bufala “paranormale”; tuttavia, il video sarebbe stato analizzato a fondo da un team di tecnici lavorando sui canali, schiarendo il contenuto e poi rallentando i frames. L’esito parrebbe davvero eccezionale: da dietro una finestra senza vetri, si nota una figura antropomorfa che prima si affaccia e poi si nasconde. Vi lascio il link dell’analisi al video:
http://www.laltrapagina.it/mag/fantasmi_prova_esistenza_volterra_pisa/

Fantasmi o no, l’ex manicomio di Volterra è la muta testimonianza dell’inferno che gli internati vivevano ogni giorno tra quelle mura, della paura che molti provavano nel mostrare i sintomi della depressione o più semplicemente a esprimere le proprie idee politiche o morali. Nell’ex manicomio di Volterra, infatti, spesso ci finivano persone semplicemente disadattate o con sindromi che non venivano curate, come la Trisomia 21 (sindrome di Down) o gli autistici. Un inferno che non va dimenticato.

Oggi il padiglione Ferri del reparto criminale sta letteralmente cadendo a pezzi, come del resto tutto l’edificio, che ha ormai un affascinante sapore gotico. E a leggere nei vari scritti degli avventurosi che a Volterra ci sono stati, l’emozione che si prova ad arrivare nella struttura, dopo avere attraversato un fitto bosco, è indescrivibile. La natura, infatti, lentamente sta riprendendo gli spazi rubati dal cemento, inglobando l’edificio in una fitta vegetazione. Anche le scale e i viali tra i padiglioni sono pressoché invisibili e quasi interamente coperte di terra e radici. Presto, dunque, di quel terribile passato resterà soltanto l’eco di un sinistro ricordo, che forse riecheggerà per sempre nelle colline di Volterra.

 

Impronte……

L’impronta di una mano puo raccontare piu di tante parole, un racconto fatto di pensieri che ogniuno di noi può crearsi, l’impronta di una mano sul vetro di una porta sarà stata lasciata li per chiudere quella porta o per aprirla, cosa ci sarà al di la di quella porta………..