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Quella luce che mi ricorda Franco Fontana i America

Mi sono trovato  a Milano per fare delle fotografie di street e sono rimasto incantato, perso,  avvolto da quella luce che mi ricorda tanto le fotografie di Franco Fontana in America, la fotografia è sempre emozione e ricordo.

Il cioccolato e i cioccolatini

Dopo un po di assenza dal blog eccomi con un nuovo articolo di food Photography, un genere che in questo periodo adoro.  Ho scelto un cibo molto goloso anzi il più goloso per queste fotografie…… il cioccolato, i cioccolatini ripieni di crema di pistacchio, crema di the verde, un inebriarsi di dolci sapori.

Le fotografie che allego sono state scattate da me.

Gli Amor di Pontremoli

Gli Amor e Pontremoli sono un binomio gustoso. Vi allego di seguito la ricetta che non è la ricetta perchè ognuno la conserva gelosamente in qualche cassetto senza rivelarla, i piu famosi sono quelli del Caffè degli Svizzeri http://www.aichta.com/

Gli Amor

Cosa serve
Due uova intere, un etto di zucchero, due bicchieri piccoli di latte, una scorza di limone, un etto di burro, cognac, biscotti tipo ostie.

Come si preparano
Sbattete le uova con lo zucchero, aggiungete il latte e cuocete a fuoco lento inserendo una buccia di limone.

Appena la crema si è un po’ addensata, spegnete il fornello e lasciate riposare due o tre ore. Poi unite un etto di burro e un poco di cognac, frullate il tutto ottenendo una pasta abbastanza densa.

Riempite piccole sfoglie, rifilando ai lati la crema in eccesso. Queste sfoglie si trovano in drogheria.

in alternativa potete usare i biscotti tipo “marie” o preparare da voi dei biscottini molto sottili, tagliati a quadri di tre centimetri di lato.

Vi allego di seguito il link e lo scritto di un sito che ho scovato e racconta in modo straordianrio l’esperienza Amor……… http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/cose-lamor-e-lamor-dolcezza/

Ci sono dolci per i quali si va pazzi, altri che possono piacere leggermente meno, altri ancora, pochissimi, che sono talmente buoni da risultare trasgressivi. E quando si parla di perversioni gastronomiche, come ben sanno gli amici gurmé, ognuno ha le sue preferite.

Mi trovo una domenica mattina a Pontremoli, nella ruvida e verdemetallico Lunigiana. Sono arrivato fin qui per il premio Bancarella della Cucina: c’è il sole, la gente, ma di libri nemmeno l’ombra. Sulla piazza principale alcune bancarelle propongono buone cose, birre, gelatine e formaggi di Piozzo, tonno di Favignana, salumi di Cinta senese, testaroli e funghi locali. Tutto però, poco coinvolgente, stanco, un po’ posticcio e fuori luogo.

L’avevo già programmato, ma non mi resta che riparare nel Caffè Pasticceria degli Svizzeri, proprio lì, sotto i portici, col suo aspetto leggermente fané, ma signorilmente accogliente complice il calore dei suoi legni liberty, originali del primo Novecento.

E’ un periodo che mi piace, specie la domenica mattina, fare sosta in un bar, prendermi un po’ di tempo intorno a un caffè e a una pasta. Forse un tardivo tentativo di volermi bene, di concedermi un piccolo vizio. E non c’è niente di più vizioso di un “Amor”.

Cos’è l’amor… è la Ramona che entra in campo, e come una vaiassa a colpo grosso, te la muove e te la squassa. Sicuramente i sogni erotici di Vinicio Capossela non si riferivano a questi amor, anche se effettivamente i miei amor, gli amor dello Svizzeri, sono piccoli dolci lussuriosi: 2 quadrati di 3 centimetri di lato di cialda tipo biscotto frufru a a racchiudere una crema pasticcera, la cui ricetta centenaria sembra sia, è il caso di dire, elveticamente segreta, ma che di sicuro prevede uova, burro e cognac, forse amaretto o china, un po’ di polvere di pan di spagna, in un impasto molto denso, grasso e di gusto dolcemente persistente.

Ci sono dolci così buoni e ruffiani che pretendono dedizione, obbligandoti a gesti furtivi spinti oltre la decenza, sul filo della vergogna. Tanto da farti guardare intorno, quasi a sincerarti che nessuno ti abbia visto assecondare una segreta libidine.

Infatti addentare un amor è faccenda estremamente complessa perché per quanto friabili, le cialde di wafer non cedono al morso. La conseguenza è che la crema esce, “squizza”, deborda, tracima morbida e sensuale senza colature.

E’ con malcelata rassegnazione che ci si adopera per riprenderla, ripianarla, recuperarla con ogni mezzo, labbra; lingua; dita… velocemente, precisamente. Scandalosa cialda.

C’è chi li chiama àmor, chi amòr? Ritirando il pacchettino da portare a casa, chiedo quale sia la pronuncia esatta. “E’ lo stesso”, risponde la signora sbrigativa, svizzera, freddina e forse un po’ tediata. Non ne potrà più degli amor, penso io, quasi in un moto di incredulità finto-distaccata.

Mentre mi lecco un dito decido di propendere per àmor, con l’accento sulla “a”, alfa privativo che precede “mores”, cioè regole, buoni costumi, moralità: dolci senza regole, senza morale, quindi. Scostumati, goduriosi, pimpanti… ahi, permette signorina sono il re della cantina

 

 

 

Asfalti, il mio omaggio al Maestro Franco Fontana…….

Asfalti, li vediamo e li calpestiamo tutti i giorni, sono cosi vicini a noi che non li vediamo o meglio a volte sentiamo le buche nell’ asfalto.  Il Maestro Franco Fontana uno dei più grandi fotografi che abbiamo in italia, il Maestro del colore. Il suo stile inconfondibile nei paesaggi del sud Italia, i suoi paesaggi urbani americani, le ombre di presenze assenze, e infine gli asfalti. Fontana ha nventato uno stile fotografico da tutti riconosciuto tale, l’uso del teleobbiettivo per schiacciare i piani per creare immagini dove la sottrazione degli elementi è l’ingrediente principale. Poche e semplici linee che crano arte ecco cosa penso che sia la fotografia di Franco Fontana. Quindi in questi fiorni mi sono trovato tra le mani alcune fotografie che ho scattato agli asfalti e oggi ve le propongo.

Vi allego di seguito una intervista del 2010 ftta dal National Geographic a Franco Fontana.

Nato a Modena nel 1933, Franco Fontana è senza dubbio tra i fotografi italiani più stimati a livello internazionale. Considerato un “maestro del colore”, nel corso della sua lunga carriera ha dimostrato di essere un fotografo molto eclettico: mai fossilizzato su un genere in particolare, si è cimentato con il paesaggio, con il nudo, con il reportage, con la fotografia fine art e con le polaroid, senza disdegnare la pubblicità, la moda o altri lavori commerciali. Le sue opere sono state pubblicate su oltre 40 libri fotografici e sono state oggetto di centinaia di mostre in Italia e all’estero, dal Museum of Modern Art di New York al Musée d’Art Moderne di Parigi, all’Australian National Gallery di Melbourne. Ha collaborato con le maggiori testate mondiali (da Vogue a Time a Frankfurter Allgemeine, per citarne alcune), ha tenuto workshop e conferenze in tutto il mondo ed è direttore artistico di diversi fotofestival nazionali.
Le foto di Franco Fontana saranno in mostra a Corigliano Calabro a partire dal 3 luglio.

Come si è avvicinato alla fotografia?
Ho iniziato cinquant’anni fa come fotoamatore e ho continuato per amore della fotografia con il cuore, il pensiero e la passione. Il mio primissimo approccio fu con una macchina presa a noleggio, una Kodak Retina che affittavo nei fine settimana così, per curiosità. Un mese dopo comprai una Pentax dallo stesso rivenditore, a 5.000 lire al mese. Per me comunque la fotografia non è mai stata una professione: è la mia continua realtà, che dona qualità alla mia vita.

Lei è un fotografo eclettico: ha fatto di tutto nella sua carriera, dal nudo al paesaggio. Che genere la appassiona maggiormente?
Per la me la fotografia rimane sempre un pretesto: è una parte di te stesso che va a testimoniare il tuo mondo, che sia un paesaggio o un essere umano. Infatti ho significato la mia testimonianza nel paesaggio naturale, nel paesaggio urbano, nelle ombre, nel nudo femminile, nella gente e nei ritratti.

Una delle sue caratteristiche è stata la scelta del colore già fin dagli anni ’60, quando molti fotografi si dichiaravano “puristi” del bianco e nero, considerato una forma d’arte più elevata. Perché questa scelta?
Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia.

La geometria, la ricerca della composizione delle linee, sembra essere un suo marchio di fabbrica: un approccio spontaneo o il frutto di un lavoro di ricerca?
Si tratta sempre di cancellare per evidenziare. In ogni situazione cerco la significazione, la sintesi delle cose affinché da oggetto diventino soggetto, e il compito della fotografia creativa non è illustrare o rappresentare ma esprimere.

Quali sono i mezzi tecnici che preferisce oggi? Come si rapporta con la fotografia digitale?
Non amo molto parlare degli apparecchi che uso; non lo ritengo importante; comunque oggi uso la digitale perché offre un’economia e una rapidità di lavoro che mi permette di risparmiare tempo.

Infine, la nostra domanda di rito: cosa consiglierebbe a un giovane che voglia avvicinarsi oggi alla fotografia?
Umiltà, cercare di maturare e di capire che prima di diventare bisogna “essere”; ed essere significa testimoniare e significarsi per quello che si è e non per quello che si immagina. Inoltre, non ci vuole fretta.

Autobus come vecchie signore eleganti

Autobus come vecchie signore eleganti, parcheggiati in questa struttura che sta per riavere una nuova vita con la costruzione al suo interno della nuova biblioteca di  La Spezia. Ma prima di questa nuova vita era il deposito degli autobus di linea della città. Trovarsi a camminare in mezzo a questi mezzi accompagnato dalla mia Leica con il 35 mm, nel silenzio. Ricordarsi quando ero bimbo e quelli erano gli autobus che prendevo per andare al mare. Salire a bordo e sentire ancora le voci di noi bambini felici.  Anche se faceva un caldo terribile dentro a questi mezzi, eravamo troppo felici. Poi si diventa grandi, a noi vengono i capelli bianchi e gli autobus vanno in disuso in qualche magazzino, cominciano a impolverarsi, poi diventano la casa dei piccioni e poi il loro destino nella demolizione. Sono andato a fotografarle con l’intento di ridare a questi mezzi la loro bellezza e la loro dignità. Ho passato una mattina intera a scorrere le loro fiancate, a leggere i loro modelli, a vedere se c’erano ancora le tracce del passaggio dei passeggeri. Ho provato a suonare il clacson ma senza fortuna tutto tace. Eppure ricordo benissimo il suono del clacson sulle curve di Lerici. Le ho volute fotografare così, come erano con tutto quello che le circondava e che forse in qualche modo le proteggeva. Non so dove siano stati poi trasferiti dopo questo loro parcheggio.  Mi auguro che possano trovare una sorta di pace e che magari possano essere restaurati e di nuovo visibili. Per me è stato emozionante poterli fotografare come una sorta di prendere il mio ricordo di questi mezzi che non è solo il ricordo dei mezzi ma sono i ricordi della mia infanzia che quando tornano alla mente fanno emozionare, e ti lasciano dentro quel senso di pace e di gioia.

Vi metto qui sotto il link di un ottimo obiettivo 35 mm f 1.8 per i possesori di Canon, se lo volete comprare potete cliccare direttamente il link.